Le figure genitoriali entrano in forza in qualunque forma di psicoterapia e hanno una particolare valenza nella pratica clinica psicoanalitica. Fin dall’inizio della scoperta dell’inconscio Freud parla del ‘padre’ e della ‘madre’ come di quelle figure che hanno un’incidenza preponderante nella vita psichica del bambino. Jung apporterà inoltre un contributo essenziale nella formulazione della problematica introducendo il termine ‘complesso’, immediatamente ripreso e adottato da Freud e da tutti gli psicoanalisti.
Da parte sua il giovane Lacan scriverà nel 1938 un testo dal titolo significativo: “I complessi familiari nella formazione dell’individuo”. Si tratta del primo grande testo lacaniano di riferimento per la psicoanalisi. Sebbene si tratti di un testo che chiamerei acerbo, dove il concetto meno presente è proprio quello di inconscio e dove non si percepisce bene come potrebbe funzionare una cura, questo lavoro pone l’accento sul fatto che la famiglia è un problema di generazioni, presente sia nell’uomo come nell’animale. Con una differenza essenziale tuttavia: se nell’uno come nell’altro possiamo parlare di socializzazione, solo nell’uomo possiamo parlare di cultura.
Nell’essere umano la natura viene infatti rimaneggiata da un fattore che non è strettamente naturale, ma che potremmo chiamare metanaturale: è questo fattore che Lacan chiama ‘simbolico’, e la cultura è il suo effetto. Il simbolico vuol dire che l’essere umano è un essere di linguaggio. Il linguaggio umano vuol dire che tra gli esseri parlanti la comunicazione non è semplice, come avviene invece per gli animali, ma richiede interpretazione, ossia essa è fondamentalmente equivoca, in altri termini il significante non corrisponde a un significato univoco. L’esempio princeps lo si riscontra nella poesia e nelle parole d’amore. Altro esempio paradigmatico è il fatto che la parola d’ordine viene scelta proprio in modo del tutto indipendente dal suo significato. Al contrario si noterà come i testi giuridici risultano complicati proprio a causa dello sforzo di ridurre al massimo le equivocità del linguaggio umano.
In fondo, differentemente da ogni forma di comunicazione, il linguaggio umano comporta un uso della parola che tende a modificare sostanzialmente le due persone che si parlano e si ascoltano.
Parallelamente, ma a un altro livello, anche l’istinto nell’uomo è rimaneggiato, e diventa pulsione. Rispetto all’istinto la pulsione, da un lato, comporta un ‘di più’, come testimoniano le varie forme della sublimazione che sono alla base di ogni creazione artistica, ma, d’altro lato, comporta anche un ‘di meno’, poiché viene a mancare quel sapere che è naturalmente insito nell’istinto, e di cui testimoniano le organizzazioni sociali degli animali. L’uomo, al contrario, deve crearsi un suo habitus e costituire così la sua cultura che si cristallizza in una morale. Tuttavia questo sapere ‘in meno’ che non è più un sapere nel reale dell’istinto è proprio quel sapere che la teoria psicoanalitica ha chiamato inconscio: si tratta di un sapere che, a sua insaputa, abita e fa agire l’essere parlante.
Il padre e la funzione paterna
È in questo contesto che Lacan isola nel padre e nella madre le funzioni paterna e materna. Ambedue non sono deducibili dalla natura. Ambedue sono rimaneggiate dalla cultura. Ambedue operano per un al di là della pura soddisfazione dei bisogni. Ambedue puntano in modo non anonimo alla costituzione soggettiva del desiderio del bambino.
“È sulla base di tale necessità che si giudicano le funzioni della madre e del padre. Della madre in quanto le sue cure portano il marchio di un interesse particolareggiato […]. Del padre in quanto il suo nome è il vettore dell’incarnazione
Diremo che il ‘paterno’ ricopre essenzialmente quel simbolico che non solo coincide con la legge, ma che al contempo permette al bambino di umanizzare il proprio desiderio. La funzione ‘materna’, invece, è più direttamente collegata con il corpo e il godimento del corpo.
Se la funzione materna è dunque quella più vicina e propizia alle cure che il bambino richiede, ossia al suo inserimento nella realtà, la funzione paterna è quella che permette questo inserimento poiché il suo compito è quello di veicolare e di iscrivere il bambino nel simbolico.
Si tratta quindi di due funzioni, le quali fino ai nostri giorni sono state correlate direttamente con l’anatomia dei due personaggi, ma che non necessariamente devono corrispondervi: ciò che rimane imprescindibile non è l’anatomia ma che le due funzioni siano operative. Al momento attuale questa problematica è posta in primo piano da questioni sociali, politiche e religiose. Ma già da tempo l’esperienza psicoanalitica ci insegna che laddove queste funzioni vengono meno il funzionamento psichico le ricerca altrove, anche se questo comporta a volte delle distorsioni.
Simbolo e realtà
Le due funzioni servono alla costituzione del soggetto che Lacan situa su un piano cartesiano. Egli ricorre alle coordinate cartesiane in modo apparentemente fugace, sebbene in realtà siano alla base di quello schema che viene chiamato R e che è la cartografia dell’essere parlante rispetto alle funzioni paterna e materna, e ai suoi effetti. Senza entrare nei dettagli dirò che il bambino, collocato sul piano cartesiano, : il polo che è costituito dall’asse delle ascisse e che riguarda la realtà e il polo che è costituito dall’asse delle ordinate che riguarda il simbolo. Sull’asse delle ascisse è operante quella funzione che chiamiamo ‘madre’, sull’asse delle ordinate è operante quella funzione che chiamiamo ‘padre’. Le variazioni che si producono sull’asse del simbolo influenzano in modo diretto i mutamenti che avvengono sull’altro asse. Questo avviene nell’evoluzione dello sviluppo di un bambino, ma è altresì a partire da qui, che si tende nell’esperienza analitica a operare un mutamento, poiché l’intento della psicoanalisi è che la parola, vale a dire sia l’associazione libera dell’analizzante come l’interpretazione dell’analista, riesca a modificare la realtà.
Queste assi rivelano dunque se e in quale misura il bambino arriva a situarsi come ‘oggetto’ di desiderio rispetto al desiderio dell’Altro, in primis rispetto alla funzione della madre. Cosa che avviene se il bambino, parallelamente ma preliminarmente dal punto di vista logico, incorpora il simbolico che la funzione paterna gli offre affinché abbia luogo come effetto l’identificazione con l’ideale dell’io. Tutto questo avviene a condizione che la coppia madre-bambino sia sensibile alla parola e tenga conto della parola della persona che incarna la funzione paterna.
In fondo, in ultima analisi, è la parola a essere il vero padre dell’uomo. Da qui si percepisce la distinzione tra padre e genitore. Non è sufficiente essere genitore per essere padre. E si può essere padre senza essere genitore.
La costituzione soggettiva viene dunque garantita, nella sua funzionalità, dal simbolico che la funzione paterna incarna e che “la religione ci ha insegnato a
A volte capita che il simbolico non sia operante, vale a dire che, nonostante la presenza di un padre reale, venga a mancare l’operatività della funzione paterna: è quello che Lacan chiama forclusione del Nome-del-Padre, e che egli situa all’origine della psicosi.
Dio Padre
L’essere padre è quindi immediatamente connesso con una sfera che non è propriamente naturale, e che viene generalmente reperita nell’ambito dello spirituale: ogni religione fa riferimento alla divinità a cui vengono attribuite le virtù della
Per Freud Dio è una forma sostitutiva del padre. Prima viene il padre, poi viene Dio. Per Lacan è il rovescio, poiché anche il padre deve sostenersi sul simbolico. Prima viene il simbolico, poi viene il padre. Ora Dio è, nelle varie culture, il modo di nominare la funzione simbolica in quanto tale. È quella funzione che ci permette di dire, parafrasando Einstein, che Dio non gioca ai dadi: è scaltro ma è onesto; è il Dio latente in ogni teoria, necessario perfino alla scienza.
Non si tratta per Lacan di una professione di fede in Dio, ma del fatto che il mondo del simbolico,ossia il linguaggio, comporta essenzialmente una funzione dialterità rispetto all’essere umano, una totale anteriorità e al contempoun’assoluta esteriorità rispetto a ogni posizione soggettiva, funzioneche prende corpo nelle figure di quello che egli chiama il grande Altro e che si presentifica nel fatto che l’umano è un essere parlante. Per questo “in men che non si dica, ildire fa Dio. E fino a quando si dirà qualcosa,
In altre parole, l’ipotesi di Dio sorge autonomamente e automaticamente non appena si parla.
Questa funzione-Dio per Lacan coincide con il soggetto-supposto-sapere, e quindi con l’inconscio stesso. D’altra parte, chiamiamo ‘padre’ quella funzione che nella vita di ogni essere umano è il supporto del simbolico che permette a ogni soggetto di umanizzare il proprio desiderio e di realizzarsi come essere umano.
Il padre onnipotente
Nel complesso di Edipo Freud ha messo in valore innanzitutto l’amnesia infantile. Ossia quell’amnesia che riguarda i desideri infantili nei confronti della madre, desideri che sono stati rimossi. Il padre appare come colui che interdice al bambino il godimento della madre di cui rivendica la proprietà. In quell’altro mito freudiano che è Totem e tabù il padre prende forma in maniera capricciosa e dispotica ma soprattutto onnipotente.
Trasposta a livello dell’Altro, ossia dell’Altro che opera tramite il significante, si potrebbe arguire che questa onnipotenza, onnipotenza della parola, sia totale rispetto al godimento. In altri termini, se fosse così, i poteri della parola sarebbero sufficienti per ridurre in fumo la potenza di quel reale in cui consiste il nucleo stesso del sintomo. Questo nucleo del sintomo è composto di un godimento che soddisfa l’apparato psichico, tanto che si ripete a iosa, ma che è invece fonte di sofferenza per quel povero essere di parola in cui il sintomo si è incistato. Ebbene, nonostante il significante paterno, ossia il Nome-del-Padre, sia una funzione regolatrice e normalizzante per la vita psichica dell’essere umano, esso è insufficiente a far fronte ai poteri distruttivi della pulsione.
Non soltanto il padre, il padre concreto che il destino riserva all’essere umano, è sempre carente, ma il Nome-del-Padre stesso, ossia il simbolico, è fondamentalmente senza garanzia. In altri termini, a livello della parola non c’è un garante della verità. Per questo la verità può essere detta solo a metà, o, ancora più essenzialmente, possiamo dire che ogni verità è sempre fallace. “Se cosí si può dire, è questo il grande segreto della psicoanalisi. Il grande segreto è che , che è la definizione che Lacan accorda a questo qualcosa che manca all’Altro perché sia totale e onnipotente.
Questo porta al paradosso insito nella funzione analitica stessa: per far funzionare l’apparato inconscio dobbiamo operare tramite il simbolico, utilizzando al meglio l’operatività del significante, ossia del Nome-del-Padre. Tuttavia al cuore del simbolico non ritroviamo il garante della verità, ma troviamo un buco che Lacan identificherà con la rimozione originaria. Questo buco obbligherà Lacan a mettere a fuoco quell’altra dimensione che egli chiamerà il reale.
Per dirla con Lacan: “L’ipotesi dell’inconscio, Freud lo sottolinea, non può sostenersi se non supponendo il Nome-del-Padre. Supporre il Nome-de-Padre, certo, vuol dire Dio. Riuscendo in questo la psicoanalisi prova che del Nome-del-Padre si può fare a meno. Se ne può fare a
Il padre evaporato
Fin dal tempo della tabula rasa di Cartesio, nell’epoca in cui Alexandre Koyré situa quella frattura epistemologica che permetterà la nascita della scienza moderna, ha inizio un rimaneggiamento del potere tradizionale nel simbolico. A farne le spese sono da una parte l’autorità paterna e dall’altra la figura stessa di Dio. Queste istanze sono ambedue messe in questione e, non a caso, minate in parallelo.
È a partire da questo periodo che l’ateismo si profilerà in forme filosofiche definite e, d’altro canto, saranno messe in questione l’autorità e il potere dei padri, da intendere nel senso più lato, fino a colpire coloro che si ritenevano insigniti di potestas e di auctoritas divine: i sovrani stessi.
Fin da allora inizia l’evaporazione della figura paterna. Ma verrà evaporata anche la funzione paterna? Alcuni pensano di sì e considerano che occorre restaurare il padre. Altri pensano che è invece necessario adattarsi ai tempi e livellare il ruolo del padre con quello del simile: in altre parole occorrerebbe eliminare ogni riferimento a un rapporto verticale, ossia gerarchico, e instaurare un rapporto orizzontale, ossia paritario. Anche il funzionamento del dispositivo analitico è stato intaccato da questa problematica.
Non è la soluzione di Lacan. In un primo tempo egli prende in considerazione gli effetti dell’evaporazione del padre nel nostro tempo. In un secondo tempo presenta poi la sua soluzione.
Prendendo la parola dopo un intervento di sul testo freudiano Una nevrosi demoniaca nel secolo decimosettimo, Lacan ricorda che Freud interroga la questione paterna sotto le sue diverse forme: non solo quindi sotto la forma divina, ma anche sotto quella demoniaca. A suo avviso, si tratta tuttavia di sapere in che modo viene situata la problematica relativa al padre nella nostra epoca. Ed egli trova che , sebbene sia presente da tempo in Occidente, comporta una traccia che è tipica della nostra epoca. Questa traccia, che è la cicatrice dell’evaporazione del padre nel nostro tempo, ha un nome: segregazione.
Al giorno d’oggi la segregazione interviene a tutti i livelli e tramite essa non si fa altro che moltiplicare le barriere. Di solito si pensa che l’universalismo aiuti a omogeneizzare i rapporti tra gli uomini. Lacan pensa che l’universalismo – che in parte comporta quello che al giorno d’oggi chiamiamo globalizzazione – venga a negare sia la particolarità della singola persona sia quella dei diversi popoli, a puro vantaggio del padrone di turno. Padrone che dal tempo di Marx possiamo individuare non tanto nel capitalista quanto nel funzionamento del capitalismo.
La segregazione, così come la si vede in atto oggigiorno, è l’effetto del fatto che l’autorità della funzione paterna non è più in grado di dare a ognuno il suo, posto o godimento, come avviene invece quando il complesso di edipo è operante. In questo caso la segregazione è eminentemente simbolica, poiché l’autorità paterna arriva a tenere separato il godimento dei vari componenti della famiglia.
Ma nel caso in cui la funzione paterna non è più efficace per operare una segregazione simbolica, abbiamo lo scatenamento di una segregazione nel reale. E questo vale sia per quanto riguarda la famiglia, sia per quanto concerne il sociale e, in modo più vasto, il politico.
A questo riguardo il termine che Lacan usa è: campo di concentramento. E così “il nostro avvenire di mercati comuni avrà come contrappeso una sempre più dura estensione
Dal padre Uno all’ é-pater
L’universalismo a cui la scienza moderna ci introduce e che, forcludendo il soggetto dell’inconscio, vale a dire forcludendo il soggetto del desiderio, ha come effetto il ritorno nel reale di forme di segregazione, è correlativo alla funzione paterna che prende forma nel Dio dei filosofi e, nelle famiglie, nei padri omogeneizzati.
A tutto questo Lacan oppone la sua soluzione: il ripristino della funzione paterna. Ma un ripristino che non si iscrive più all’insegna del significante, in altri termini non si iscrive più all’insegna dell’ideale. Il ripristino deve avvenire su un’altra lunghezza d’onda, quella in cui la funzione paterna è correlata invece con la pulsione. La funzione paterna non è più da reperirsi sul versante del simbolico, ma sul versante del godimento. Non più a livello dell’universale del simbolico, ma a livello del godimento particolare, anzi, di ciò che è singolare.
Anche qui possiamo notare che questa funzione è correlativa con quella funzione divina che Pascal ritrovava nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Vale a dire non già nel Dio universale dei filosofi, ma nel Dio dell’incontro singolare: un Dio che ha a che fare non già con il simbolico ma con il godimento.
Parallelamente dunque alla funzione divina, si vede mutare la funzione paterna in una specie di metamorfosi di cui la topologia rende conto, poiché si tratta di trasformazioni continue che conservano tuttavia la sua proprietà fondamentale.
A questo punto, corrispondente a quell’Uno che è quell’eccezione che diversamente dagli esseri umani non è sottomesso alla castrazione e che è dagli esseri parlanti reso logicamente necessario, Lacan si richiama, per la funzione paterna, al pater familias, ossia alla nozione secolare della paternità.
Che cosa possiamo esigere dalla funzione del padre? – si chiede. Secondo lui si è cianciato a lungo e a vuoto sulla carenza paterna. C’è una crisi, è evidente: non ci sarà più infatti quella garanzia che rende il simbolico completo. Al centro del simbolico c’è una mancanza di garanzia, c’è un buco. Che cosa deve fare allora un padre per assolvere la funzione paterna?
Per adempiere alla funzione paterna un padre dovrà ritornare a essere un’eccezione. Ma non già per incarnare di nuovo il Nome-del-Padre, ossia quel simbolico che ha un valore universale, e neppure per incarnare quella figura mitica che gode di tutte le donne, ossia quel padre della orda primitiva che Lacan designa senza mezzi termini come un vecchio orango da
Poiché il padre, in quanto essere parlante, è anch’egli sottomesso alla castrazione, in altri termini anche a lui il godimento, in quanto tale, è interdetto. Tuttavia per essere padre dovrà essere un’eccezione. Occorre che lo sia. E per esserlo, dovrà essere all’altezza di rivestire Lacan fa qui un gioco di parole ricorrendo al termine latino ma facendolo precedere da una lettera che darà il senso di come dev’essere questa sua eccezionalità: épater vuol dire stupire, meravigliare. Secondo Lacan si tratta della funzione veramente decisiva del padre: su qualunque piano, il padre è colui che deve meravigliare la famiglia. E, se non lo farà, la famiglia troverà un altro che la stupirà, visto che non è affatto necessario che colui che incarna questa funzione corrisponda al padre carnale.
Dall’ é-pater al père-vers
Ma in che modo il padre arriverà a stupire la sua famiglia? Tramite la sua père-version. Per indicare lo spostamento da un padre ideale a un padre che sappia incidere nella propria famiglia, Lacan ricorre a un altro gioco di parole: père-version, che se letteralmente vuol dire padre-versione, è omofono del termine perversione, ma che vuol anche dire . La padre-versione, o la p(at)erversione, indica che il padre è colui che sa rendere singolare il proprio rapporto con il godimento. Non già tutto il godimento, poiché anche a lui il godimento è interdetto, ma qualcosa del godimento tramite ciò che Lacan chiama oggetto a, che è ciò che causa il desiderio ma che contrassegna anche un plusgodere tramite la sua scelta pulsionale.
“Un padre ha diritto al rispetto, per non dire all’amore, solo se questo amore, questo rispetto, è – non crederete alle vostre orecchie – p(at)erversamente orientato, vale a dire che egli fa di una donna l’oggetto a che causa . D’altra parte quella donna avrà, da parte sua, altri oggetti a, che sono i suoi bambini. Nei confronti di questi bambini il padre interverrà con un dire che sia un giusto semi-dio, ossia Eviti comunque di prendersi per un dio, di fare l’educatore, di credersi uno che sa tutto o che possa dettare legge su tutto: in questo caso non farà altro che degli psicotici, come avvenne nel caso del presidente Schreber.
La padre-versione è la sola garanzia della sua funzione di padre. È la funzione che permette al simbolico di essere consistente, ossia di sostenere quella che Freud chiama la realtà psichica. Per rispondere all’esigenza dell’essere padre basta essere un modello di questa funzione. “Ecco che cosa deve essere il padre, in quanto
Un simile padre potrà avere delle mancanze, dei sintomi, ma questo non intacca affatto la sua funzione, se egli riesce ad aggiungervi quel sintomo particolare in cui consiste “la p(at)erversione paterna, vale a dire che la sua causa sia una donna, che gli darà dei figli di cui, lo voglia o no,
Qui Lacan mette in risalto la connessione che si instaura tra l’oggetto a, quell’oggetto che causa il desiderio e che per suo tramite fa accedere a un plusgodere, e ‘una’ donna. Non si tratta di ‘La’ donna, che sarebbe correlativa a un godimento che non esiste, ma si tratta, ogni volta, di ‘una’ donna, correlativa a un plusgodere che è il risultato dell’accesso a un qualcosa del godimento.
La père-version vuol quindi dire che l’essere umano riesce a incarnare la funzione paterna se non tramite l’oggetto a, causa del desiderio, oggetto che si concretizza nello sguardo e nella voce. Lì egli troverà un annodamento particolare con il proprio godimento in cui si realizza la sua versione di essere padre.
Ed è per questo che Lacan potrà parlare del padre come di un sintomo, ovvero di un sinthomo, com’egli scriverà, vale a dire come di quel qualcosa che in definitiva regge in un essere umano la realtà psichica. O, per dirla con Lacan, come di quel qualcosa che fa annodamento affinché il reale, l’immaginario e il simbolico tengano insieme.