L’Antenne 110, 50 anni dopo. Alcune riflessioni

Di Di Ciaccia, 2025
Ca. 7 min. de lettura

Sì, sono passati 50 anni.

Possiamo dire che un tale numero di anni testimonia che abbiamo fatto qualcosa di serio? Certo, visto che la cosa continua.

Farò alcune riflessioni.

Prima riflessione

L’Antenne 110, come Le Courtil e diverse altre istituzioni, sono riuscite a innestare la problematica di cui tali istituzioni si occupano alla psicoanalisi e, soprattutto, alla psicoanalisi secondo l’insegnamento di Lacan.

Certo, non è ciò che si fa in generale nel mondo, dove il comportamentismo ha preso il sopravvento. È un problema, che deve essere affrontato. So che alcuni colleghi hanno preso a cuore questo aspetto e forse, quando gli Stati accetteranno anche altri punti di riferimento – oltre l’ABA, il TEACCH, etc. – se ne potrà parlare.

Seconda riflessione

“Dovremo allora affrontare il compito di adattare la nostra tecnica alle nuove condizioni che si saranno create [scrive Freud nel 1918. E continua] Ma quale che sia la forma che assumerà questa psicoterapia […] è sicuro che le sue componenti più efficaci e significative resteranno quelle mutuate dalla psicoanalisi”. 1

Nel 1920, quindi due anni dopo, nascerà il Policlinico Psicoanalitico di Berlino, dove lavoreranno i migliori analisti dell’epoca. In fondo, questa Istituzione è stata l’anticipatrice dei CPCT, dei Cecli e dei Consultori, che Lacan avrebbe voluto a Parigi e che Jacques-Alain Miller ha realizzato nel mondo. 

Nel Policlinico di Berlino la modalità di funzionamento era classica, mutuata da Freud. L’età dei pazienti variava da meno di cinque anni a più di sessant’anni. Ciascuno pagava un prezzo per lui accessibile.

Terza riflessione

La forza di Lacan di essere freudiano nei principi e non negli standard, ha permesso di precisare il punto pivot di ogni psicoanalisi: il soggetto supposto sapere. E di precisarne l’operatore: la funzione definita da Lacan ‘desiderio dell’analista’. Una psicoanalisi può avere luogo a partire dalla possibilità concreta connessa all’emergere del soggetto supposto sapere e dalla messa in funzione del desiderio dell’analista. Il terreno in cui ha luogo l’esperienza analitica è il transfert analitico. Tutto questo è da modulare caso per caso e secondo le diverse strutture: nevrosi, perversione, psicosi.

Quarta riflessione

Tuttavia, anche al di fuori dell’esperienza analitica stricto sensu l’insegnamento di Lacan dà dei frutti. Per esempio nelle scuole, nelle prigioni, negli ospedali, soprattutto in psichiatria. Nell’Atto di fondazione Lacan riprende l’espressione di Freud ‘Psicoanalisi applicata’, dandole un altro senso: applicata non all’arte ma al sintomo, come precisa Jacques-Alain Miller.

Quinta riflessione

Le nostre istituzioni si basano sull’insegnamento di Lacan, tuttavia non vi si applica la psicoanalisi.

Jacques-Alain Miller nel 1983 ha chiamato pratique-à-plusieurs la modalità di lavoro che avevo messo in piedi una decina di anni prima all’Antenna 110. Questa istituzione ospitava bambini affetti da forme molto gravi di autismo.

Da allora la pratique-à-plusieurs è stata ripresa in diversi luoghi e diversamente interpretata, seguendo lo stile di ciascuno e secondo le modalità di ogni istituzione. E va bene così.

Mi permetto tuttavia di precisare alcuni punti, secondo la mia lettura.

La pratique-à-plusieurs si differenzia dal lavoro in équipe perché quest’ultimo si basa sulla differenziazione significativa degli operatori in rapporto ai pazienti: lo psichiatra fa lo psichiatra, la cuoca fa la cuoca, lo psicoterapeuta fa lo psicoterapeuta e così via, ciascuno secondo il proprio ruolo. Questo vuol dire che il soggetto supposto sapere è costituito ma, cito Lacan, è in “latenza” 2 come avviene in ogni teoria.

Nella pratique-à-plusieurs, al contrario, ciascuno si spoglia di tutti i titoli e di tutti i ruoli, almeno in relazione all’autistico grave. A ciascuno non resta che farsi intendere tramite un dire. 3 E per questo, per rendere la via più agevole, occorre passare per un terzo, un collega per esempio, che funge da medium.

Il che vuol dire, rispetto all’autistico, forzare la significazione tramite una dolce violenza: cercare di iscrivere, grazie a un artificio, qualcosa dell’ordine della significazione fallica.

Evidentemente tutto ciò non impedisce che nell’Istituzione ci sia una gerarchia necessaria al suo funzionamento.

In fondo non si tratta che della scommessa seguente: si tratta di far sorgere, a partire dal concatenamento di un significante con un altro significante, qualcosa che da una parte rappresenti il soggetto e dall’altra apra alla supposizione di sapere, staccata tuttavia da un grande Altro che condensa un godimento reale, di fronte al quale l’autistico resta fissato in un grido muto.

Sesta riflessione

È chiaro che lì non si tratta di vane parole. Al contrario si tratta, a partire da qualcosa che l’autistico lavora già, benché egli lo faccia in una ripetizione insopportabile e con un godimento mortifero, di raccogliere questo qualcosa, di elevarlo (aufheben) alla dignità di significante e di cercare di metterlo in catena. Comunque questa operazione non funziona senza il peso del desiderio desiderante degli operatori.

Settima riflessione

In questa operazione si tratta di ciò che Lacan chiama desiderio dell’analista? Sì e no.

Sì. Perché l’agire dell’operatore comporta preliminarmente lo svuotamento della sua posizione soggettiva in relazione al proprio fantasma. Esattamente secondo il modo che Lacan sottolinea in Socrate. [Ricordatevi l’ouden on, io sono niente di Socrate che si indirizza ad Alcibiade 4 ]. Questo svuotamento permette più agevolmente di reperire nell’autistico ciò che è suscettibile di essere elevato alla funzione di significante e di investirlo.

Di tutto questo maneggiamento, l’Antenne 110 ha avuto un esempio impareggiabile nella persona di Virginio Baio.

Ottava riflessione

Tuttavia, nella situazione in questione, con gli autistici e all’interno dei quadri istituzionali, il desiderio desiderante si ferma lì, mentre in un’analisi la funzione detta desiderio dell’analista deve essere portata alla sua finitura. E questo capita in un’analisi quando lo psicoanalista diviene il supporto del desiderio dell’Altro, ossia dell’Altro dell’analizzante, nascosto nel cuore dell’oggetto a del suo analizzante, senza tuttavia che l’analista realizzi questo oggetto. E, da questa posizione, con un paio di forbici, sta all’analista aprire l’oggetto nel modo giusto, per dirlo con il Seminario XII di Lacan. 5

Nona riflessione

Ritorno sul soggetto supposto sapere.

Nel lavoro con l’autistico si vela il soggetto supposto sapere, sebbene il soggetto supposto sapere abbia un’importanza fondamentale in ciò che presiede ogni formazione psichica.

C’è un’eredità inconscia in tutte le strutture cliniche, ma in questo caso la posta in gioco è capitale, perché il soggetto supposto sapere, in primo luogo, non è nel posto giusto, secondo, non è per niente pronto a evaporare. E d’altra parte tutto porta a mantenere la forclusione in cui l’autistico è ingabbiato: la società, la politica, le convenienze.

È un problema capitale. Da molto tempo alcuni analisti avevano compreso dove si situa la questione. Diciamolo parafrasando le parole di Lacan: la questione si situa nella misura in cui il subornamento del bambino al fantasma del primo grande Altro è direttamente proporzionale all’evaporazione del supporto della funzione simbolica.

Nel tempo, questi analisti, sebbene avessero compreso dove mirare, tuttavia si sono sbagliati nella tattica, aprendo a una strategia che è stata spesso disastrosa. Essi non avevano visto che ciò che domina tutta questa faccenda è la supposizione di sapere posta là dove non deve essere, posizione che imprigiona ancora di più il bambino all’oggetto del fantasma materno e provoca resistenze accanite.

Lacan, precisando queste cose nella Nota sul bambino 6 , non nasconde l’estrema difficoltà di una simile situazione, dove praticamente è resa vana qualunque operazione. E noi possiamo avere la misura di questa difficoltà a seconda del posto in cui si situerà, in un modo variabile, il ritorno nel reale del bambino oggetto.

Decima e ultima riflessione

Una parola per ricordare il grande lavoro che fanno i nostri autistici. Essi ci insegnano, e tuttavia sono vittime dell’inconscio. Come d’altra parte vittime dell’inconscio sono anche i loro genitori. Rendo omaggio al loro grande sforzo e al loro coraggio. Forse il sapere inconscio può talvolta portare loro una nuova luce. E lo dico tenendo conto dell’importanza che il fattore tempo ha nello sviluppo del bambino, soprattutto nel caso dell’autismo grave. Dopo un tempo, sfortunatamente limitato, il bambino resta fissato, sebbene il sollievo di una pacificazione sia spesso possibile.

A ogni modo, con Lacan, continueremo a perseverare e a tentare di inventare delle soluzioni valide.

Grazie.

Bruxelles, 20 settembre 2025

Testo letto in francese al Convegno organizzato a Bruxelles dall’Antenne 110 per il cinquantesimo della sua fondazione.

Traduzione dal francese di Maria Grazia Balducci

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