Intervista di Monica Pepe a Antonio Di Ciaccia per il sito ZEROVIOLENZADONNE

Di Di CiacciaPepe, 2022
Ca. 7 min. de lettura

I dati sulla violenza sulle donne, anche giovanissime, sono in aumento in Italia. Come è in aumento la violenza tra adolescenti e sui bambini. In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ne parliamo con Antonio Di Ciaccia, psicoanalista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, presidente dell’Istituto freudiano. E affrontiamo l’aspetto della violenza sulle donne in relazione alla maternità, solitamente poco indagato.

Antonio Di Ciaccia, il numero delle donne uccise per mano degli ex mariti o fidanzati non è mai stato così alto o forse divulgato. Cosa sta accadendo? Quali sono secondo Lei le cause di tipo storico e sociale?

Non penso che sia maggiore rispetto ai tempi passati. Penso invece che un tempo queste cose si facessero più “in famiglia”, soprattutto nei tempi in cui essere una “ex” di qualcuno – fidanzata o moglie – era più difficile. Un tempo la padronanza di un uomo su di una donna era totale, e non parlo solo della moglie, ma anche e soprattutto della figlia, la quale si trovava in posizione ancora peggiore, se la cosiddetta legge della comunità o del clan investiva anche la madre per reprimere la figlia. Oggi lo si nota soprattutto quando sono coinvolte, qui in occidente, donne che appartengono a culture diverse. E’ importante la divulgazione di questi dati poiché permettono non solo una presa di coscienza del fenomeno, ma soprattutto perché favoriscono, per quanto sia possibile, un cambiamento di mentalità.

Una indagine recente ha evidenziato che dal 2006 a oggi sono più che triplicati i casi di abuso fisico su minori e che questo nel 63% dei casi in famiglia. Cosa stiamo facendo?

Triplicati, dice Lei. Forse è triplicata la forza di parlare. Un tempo l’abuso sui minori era considerata una cosa privata, gestita dal padre padrone o da chi aveva un’autorità e le cose funzionavano così. Un secolo fa, i primi casi di isteria rivelarono a Freud che le giovani donne erano state abusate da un componente della famiglia, da uno “zio”, scriveva Freud, non osando rivelare, almeno in prima battuta, che si trattava invece del padre. Al tempo d’oggi si assiste all’eclissi della funzione del padre. Per dirla con un bel termine di Lacan: ci troviamo davanti all’ “evaporazione del padre”. Questa evaporazione comporta due conseguenze. Una prima consiste nel fatto che il padre è evaporato nella sua funzione di dare il giusto posto a ciascuno nella famiglia, in cui ognuno sa chi è, che cosa deve fare, che cosa può desiderare e come può godere. Il padre evaporato lascia campo alla più totale promiscuità, a tutti i livelli, e non solo sessuale, con risultati disastrosi. Una seconda è che l’evaporazione del padre facilita nei giovani la ricerca di modelli, i quali purtroppo non rispondono più alla figura che collega il desiderio alla legge, ma mettono in continuità il godimento al capriccio. Per cui vengono prese come paterne delle figure senza legge o fuori legge, ciniche e perverse. Non a caso l’evaporazione del padre è concomitante con l’aumento della violenza fascista e mafiosa.

La prima inchiesta strutturata Istat sulla violenza maschile sulle donne del 2007 restituiva uno spaccato inquietante del Paese: metà delle donne in Italia -14 milioni- hanno subìto una violenza,

ben un milione e 400mila ha subito uno stupro prima dei 16 anni. Quali sono le conseguenze psicologiche per una donna una volta adulta?

Per poter rispondere, la sua domanda richiederebbe di essere sfogliata, come si sfoglia un libro. Prima pagina: la bambina, più che il bambino, si trova strutturalmente in posizione di ricevere dall’Altro qualcosa. Seconda pagina: l’Altro può darle “i titoli in tasca” (mi permetta ancora una volta di ricorrere a una felice espressione di Lacan), cioè quei titoli che potrà usare più tardi per diventare ed essere donna, oppure l’Altro può darle violenza, segnare il suo corpo con gesti che la prendono come oggetto di puro godimento sessuale. Terza pagina: nel primo caso l’Altro dà alla bambina la chiave per l’accesso al desiderio; nel secondo caso le blocca l’accesso al desiderio e la congela in un godimento mortifero. Quarta pagina: le cose sono però sempre mescolate, fortunatamente non sempre sono mescolate nella realtà, ma lo sono sempre nelle costruzioni fantasmatiche. Quinta pagina: uno stupro è un trauma per la persona che lo subisce ed è un delitto per la persona che lo fa. Ma non dare “i titoli in tasca” non è un delitto, eppure è ancor più traumatico perché lascia la bambina prima, e la donna poi, senza difesa. La bambina violentata ha non tanto sul corpo ma nel suo psichico una traccia del trauma. Traccia che drammaticamente si raddoppia quando la violenza del padre, del fratello, del familiare è negata dalla madre. Non c’è nulla di peggio per una bambina violentata: se può sopportare il trauma della violenza fisica, anche sessuale, non può sopportare il trauma di non essere creduta o il trauma di vedere la madre tapparsi le orecchie e volgere lo sguardo altrove.

Violenza sessuale e maternità. E’ un’associazione socialmente improponibile, eppure molte donne che hanno subìto violenza sessuale nella loro vita si trovano poi a essere madri. Quali sono le difficoltà che si trovano ad affrontare?

La sua domanda ha più sfaccettature. Può evocare quelle tragiche situazioni che delle donne si trovano a subire in zone di guerra o durante una pulizia etnica. Può evocare delle situazioni più correnti, non meno riprovevoli, di violenza sessuale seguita poi da una gravidanza. Può evocare delle situazioni in cui una donna si trova a essere madre quando da bambina aveva subìto delle violenze. Tutte queste situazioni sono diverse. Ma sono tutte gravi. Eppure la gravità è solo soggettiva e dipende da tanti fattori personali. E’ questo che ho potuto constatare nel mio lavoro di psicoanalista. A volte, una situazione apparentemente lieve è, per la persona, insopportabile; mentre a volte delle persone riescono a far fronte, in modo eroico, a situazioni allucinanti. Ad ogni modo ogni persona che si trova in situazioni del genere deve essere aiutata, una per una. E perché sia aiutata, occorre che fluisca la parola: la parola della persona che ha subito violenza deve avere un luogo di ascolto. Come si potrà far capire che, in ultima analisi, il padre dell’essere umano è la parola, e non già il portatore di sperma, gentile o stupratore? C’è il pericolo che la ragazza violentata, una volta madre, preferisca non voler saperne nulla dei traumi della propria figlia perpetuando così la trafila dell’orrore.

Cosa vuol dire per un uomo essere deprivato o impoverito della propria identità sessuale? Che tipo

di difficoltà incontreranno questi bambini una volta adulti, nella dinamica di coppia e genitoriale?

Che cosa intende per uomo? Un essere umano? Allora sì! Sia l’uomo che la donna hanno un accesso alle cose sessuali in due modi: nelle loro fantasie si pensano potenti e irresistibili; nella realtà sono menomati. Per fortuna, a volte, arrivano a comprendere la ricchezza di questo “meno” - altrimenti rimangono a sognare, di solito a occhi aperti, poiché a occhi chiusi l’inconscio li tiene piùsvegli – un “meno” che, paradossalmente, fa accedere a un “più”. Sarò meno ermetico: non sarà un uomo che vuol far credere di essere potente che sarà all’altezza della sua umanità. Né una donna che si vuol far credere irresistibile che sarà all’altezza di suscitare un desiderio che tenga.

Intervista di Antonio Di Ciaccia da parte di Monica Pepe per il sito ZEROVIOLENZADONNE

25 novembre 2012

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